Il loden

Riemerge dal passato con la forza simbolica di un rito di passaggio che segna la fine dell’infanzia, quel cappotto verde di lana ispida che mi tenne compagnia per tutti gli anni delle elementari. Cambiava la lunghezza, la taglia, ma il loden era il fedele e temuto compagno dell’inverno. Ricordo ancora il pomeriggio in cui mia madre ci portò in un elegante negozio del centro per prendere quello che immaginavo sarebbe stato un grazioso cappottino, simile a quelli che avevo portato fino a quel momento, con il colletto di vellutino che ti accarezzava quando avevi sonno. Non mi ero resa conto che a sei anni la moda aveva stabilito il mio ingresso nel mondo degli adulti, un mondo conformista e intransigente che richiedeva sacrifici, stoicismo e obbedienza. Banditi per sempre i vezzi, la dolcezza e le coccole di quei cappottini vezzosi che mi avevano accompagnato fino ad allora, mi accingevo a vestire un capo dall’aspetto monacale che non lasciava spazio alle carezze, all’affetto, all’espressione dei sentimenti, alla fantasia e ai colori che esprimevano la mia personalità.

Probabilmente mia madre ce ne aveva parlato o forse ne aveva parlato con mia sorella, perchè lei non si sorprese, non obiettò, accettò il loden con naturalità. Quando entrammo in quella boutique in una delle vie più eleganti della città, Via XX Settembre, tutto era stato già deciso: quel pomeriggio mia sorella ed io avremmo avuto il Loden, come tutte le bambine della Genova bene.

Ricordo le amplie vetrine, le porte che si aprivano su un negozio zeppo di abiti per uomo, donna e bambini. Chissà perché i più piccoli dovevano accomodarsi al secondo piano. La scala segnava una piccola curva sotto le luci accoglienti, finché la commessa di turno portò quegli orribili indumenti dal taglio informe e vagamente militare che sembra fatto apposta per temprare il carattere dell’establishment genovese, burbero e austero.

Non riuscivo a capire per quale strana ragione dovessi mettermi una cosa così terribilmente brutta, io che amavo i colori sgargianti il giallo, il rosso. Perchè dovevo rassegnarmi a quel verde oliva che sembra la tomba della spensierata allegria infantile? Non osavo chiederlo. Mia madre aveva già stabilito tutto. Con l’arrivo del freddo, un freddo relativo perche’ negli anni settanta a Genova le stagioni non erano ancora impazzite, era d’uopo infagottarsi in quell’orribile cappotto d’oltralpe, un cappotto dal nome bizzarro che mi sembrò di una bruttezza sconvolgente che contrastava con lo scintillio delle luci e la raffinatezza del resto del negozio. In quel momento non mi resi conto che quell’acquisto avrebbe marcato la mia vita, ponendo fine al magico mondo dell’infanzia caratterizzato da abiti comodi di materiali soffici che ti offrivano un abbraccio rassicurante nei pomeriggi freddi e nuvolosi. Stentavo a capire come mai mia madre ci portasse in un negozio cosi’ elegante e raffinato per scegliere qualcosa di così infinitamente brutto. Mi sembrava una specie di perverso voto di povertà professato nel tempio della bellezza e della moda.

Non lo capivo perché; per me quel loden verdone rappresentava quanto di più brutto ci fosse sul mercato. Ma non erano sole le considerazioni estetiche, il fatto che sembrasse un saio informe, a preoccuparmi, era la consistenza della stoffa, ispida come la pagliaferro a suscitare qualche perplessità da parte mia. Per me quell’orribile cappotto d’oltralpe era orrendo, non potevo immaginare nulla di più brutto, informe e decisamente maschile nel senso peggiore del termine. In piu’ la lana era così ispida che la prima volta che provai a strofinarmi il collo sul colletto, come avevo sempre fatto con gli altri cappottini per godermi la carezza del vellutino, mi feci male. Il loden nelle forme e nella sostanza non era fatto per la tenerezza, se provavi ad avvicinare troppo la pelle al tessuto ti scorticava l’epidermide come una lima, senza un minimo di compassione.

Nonostante ciò non ebbi il coraggio di opporre resistenza, sapevo che non sarebbe servito a niente, che il destino era segnato e che avrei dovuto rassegnarmi al grigiore di quella stoffa grezza tinta oliva che ormai portavano tutti. Credo che mia madre lo considerasse elegante. Non ho mai avuto il coraggio di dirle quanto lo detestassi.

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7 thoughts on “Il loden

  1. Oh caspita, il loden!
    Non sapevo che lo detestassi in questa maniera, ai nostri tempi era un must, effettivamente era piuttosto rigido ma bisogna ammettere che teneva caldo.
    E quindi tua mamma non ha mai saputo che il mitico cappotto allora molto in voga non era di tuo gradimento?
    Eh, ora lo saprà!
    Hai scritto un bellissimo post, cara, mi sembra di vedervi tutte e tre a far shopping in Via XX!
    Un bacione a te, sono contenta che tu sia tornata a scrivere.

    • Io adoravo le cosine femminili, i tutù rosa di Moisman in Via Luccoli. Mi fermavo ad ammirarli perché per me rappresentavano il massimo della femminilità a cui in vano aspiravo. Invece niente, capelli corti e Loden. Regime coatto!!! A proposito come si chiamava il negozio in Via Venti?

  2. Anche io lo detestavo, per non parlare di eskimo, college e clarcks che puntualmente ereditavo da mio fratello. Da noi per lo meno la scusa per mortificare la mia vanità era il risparmio ma nel tuo caso è ancora più inaccettabile. Una tristezza senza pari, brutto in qualsiasi colore, terribile in quel verde depressione, con quelle aperture sotto le ascelle che non miglioravano granché la vestibilita del capo che restava rigido e scomodo…
    A mai più rivederci, caro loden! 😉

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