Che genere di violenza? La violenza di genero e la sua invisibilità

Si è celebrata ieri la giornata internazionale contro la violenza di genere e per un giorno quasi tutti hanno dato un contributo simbolico a tale causa. Giornali, mass media e, perché no, social networks hanno dato ampio spazio alla notizia. Si presentano cifre, si confrontano dati, qualcuno si consola perché in confronto al Messico nel Bel Paese non c’è da preoccuparsi, e nel frattempo mi imbatto in alcuni di quei messaggi che affollano Facebook, quelle battute che si avvalgono dell’umorismo per ribadire messaggi misogini dei quali, ahimè, anche le donne ridono. Quello in questione allude all’incapacità femminile alla guida. Cito testualmente “La missione della prima donna italiana nello spazio durerà sei mesi. Quattro per parcheggiare la navicella” E’ ovvio il riferimento alla missione spaziale della prima donna italiana, Samantha Cristofanetti e il messaggio derogatorio sembra molto esplicito. Ecco inizia da qui la violenza culturale nei confronti delle donne in quell’atteggiamento di chi le considera come esseri inferiori da denigrare in nome dell’indiscussa superiorità maschile. Si inizia sottolineando l’incompetenza femminile per poi passare a una mal celata discriminazione. Non voglio dire che da lì si passerà allo stalking, al mobbing e alla violenza fisica. Ci mancherebbe. Però vorrei sottolineare che ci sono molti tipi sottili e subdoli di violenza che tendono a minare l’autostima femminile con l’obiettivo di mantenere le donne in un secondo piano. Ieri si è posto l’accento sulle forme più gravi di violenza, ma credo che sia importante iniziare dalla lingua ed esaminare come attraverso il linguaggio prenda forma un tipo di violenza simbolica molto presente nella società italiana.

In questi giorni ho letto un po’ di tutto da chi si batte il petto, virtualmente, a chi  nega l’evidenza. Trovare dati precisi sulla violenza sulle donne non è semplice. A differenza dalla Spagna l’Italia è molto parca nel rivelare dati ufficiali e statistiche. Ho avuto modo di constatarlo facendo ricerche precise. I dati ufficiali sono pochi e difficilmente verificabili perché il numero delle violenze non denunciato è elevatissimo.

Ci si nasconde dietro al fatto che in altri paesi la situazione è di gran lunga peggiore. In fin dei conti in Italia la liberazione della donna è passata attraverso la liberazione del consumo, non è un cogito ergo sum, ma un consumo ergo sum. La capacità di spesa della donna, vestita alla moda sembra essere travisato e considerato come indice di emancipazione. E’ vero che dalla fine della guerra il numero di donne che hanno avuto accesso agli studi universitari è aumentato esponenzialmente, che almeno in teoria ci hanno cresciuto facendoci credere di avere uguali diritti, ma in pratica quante donne sono arrivate ai traguardi che si erano prefissate? Quante hanno dovuto rinunciare alla professione per l’impossibilità di conciliare i due ruoli? Troppe direi e se non ci fossero le nonne e le immigranti che continuano a supplire le carenze strutturali, sarebbero ancora meno. A ciò aggiungiamo che le donne guadagnano in media almeno il 10% in meno dei colleghi uomini, che in pochissimi casi arriveranno a posti dirigenziali, che dopo la maternità faranno fatica a tornare alle mansioni occupate prima, senza contare il numero di ore passate dalle donne a svolgere mansioni domestiche e ruoli di cura nei confronti dei figli e dei genitori. La doppia giornata è una realtà che non tocca l’universo maschile. Quando in qualche negozio in estate guardo l’etichetta prima di comprare un capo di abbigliamento e dico che voglio assicurarmi che mio marito facendo il bucato non la rovini, le commesse mi guardano sconcertate e commentano che sono proprio fortunata se mio marito fa andare la lavatrice.

Ho lasciato l’Italia più di vent’anni fa. A conti fatti ho passato quasi la metà della vita all’estero, per cui ho il vantaggio di poter osservare il mio paese dall’esterno, pur tornando con frequenza e tenendomi aggiornata virtualmente. Non credo che sia solo frutto dell’età, ma con il passare del tempo, forse in parte per motivi di lavoro, rimango sempre più perplessa di fronte alla retorica con cui si difende il maschilismo imperante, si cerca di sminuire la gravità del problema, si chiudono gli occhi di fronte alla violenza sistemica a cui sono sottoposte le donne, in primo luogo per il loro aspetto. Che le donne siano considerate esseri di serie B è evidente dalla retorica sia dei media che delle istituzioni. Ricorderete meglio di me tutte le battute misogine di chi ha governato troppo a lungo questo paese.

Da più parti si evidenzia la necessità di andare oltre gli slogan e le manifestazioni simboliche per affrontare la complessità di un problema che sorge da una mentalità molto profondamente radicata nell’immaginario collettivo, una mentalità che si nutre di messaggi espliciti, di immagini onnipresenti, di un umorismo, quello della commedia all’italiana, che ha sempre cavalcato gli stereotipi di genere senza far molto per sradicarli.

Ormai essere femministe è decisamente considerato passato di moda, quasi fosse un abito vecchio che non potrà mai ambire neppure a un mercatino vintage. Perché, mi domando se le cifre confermano la difficile situazione femminile in Italia si ha paura di esprimere i propri pensieri? Perché anche persone in teoria intelligenti si mostrano assolutamente maschilisti e retrogradi nel loro modo di interpretare la violenza di genere. Di che tipo di violenza si tratta? Di una violenza subdola, di un modo di disprezzare la capacità intellettuali delle donne per tenerle al loro posto, non sia mai che dimostrino di essere più brave dei colleghi uomini. Ricordo che circa 25 anni fa, durante uno stage di traduzione presso un noto istituto di ricerca scientifica appena arrivata quando mi mostrarono la fotocopiatrice un collega mi disse: “Mi raccomando, non usarla per fotocopiare le ricette di cucina”. La battuta era accompagnata da un sorriso ammiccante visto che l’interlocutore doveva credersi un belloccio, nonché un gran simpaticone. Ecco lì come si dà il benvenuto a una giovane laureata che presta lavoro in un istituto di ricerca per facilitare il compito di biologi e medici. Tanto per mettere in chiaro come funzionano le cose si fa riferimento all’aspetto domestico della donna, il cui orizzonte vitale a quanto pare, deve essere limitato alla cucina. Risposi con una certo sarcasmo chiedendo se lui usasse la fotocopiatrice per le immagini di Playboy. Da quel momento non si permise nessun’altra battuta, la relazione di lavoro fu cordiale e distante, come dev’essere tra colleghi. Sicuramente se fossi stata un uomo non si sarebbe permesso di fare certi apprezzamenti, si sarebbe limitato a farmi vedere come funzionava la macchina. Perché me la prendo per una sciocchezza del genere? Perché la ricordo a distanza di tanti anni? Perché quel commento riassume una mentalità che giustifica la marginalizzazione delle donne, una marginalizzazione che è una forma di violenza simbolica con pesanti ripercussioni sociali. Ho lasciato volontariamente il mio paese, non nego che mi manchi, ma so che avrei fatto fatica a sopportare i pregiudizi di una società che richiede la bella presenza per i colloqui di lavoro, che discrimina le donne per il fatto di poter avere dei figli, che giudica le donne in primo luogo per l’aspetto fisico, che non riconosce la meritocrazia e per molti altri motivi. Mi auguro che un giorno le donne abbiano la possibilità di esprimere le loro capacità intellettuali, di vivere in un paese meno discriminante, di esigere cambiamenti strutturali. Vi lascio con un articolo molto interessante che fa il punto della situazione sulla violenza di genere con dati e riflessioni.

http://www.pagina99.it/news/commenti/7549/Giornata-mondiale-violenza-donne-25-novembre.html

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