Dall’ozio al negozio: Back to School Blues

Per chi è cresciuto in Liguria l’estate tradizionalmente è un periodo di bagni, di spiaggia, di sole e di spensieratezza. Non è così quest’anno, ma questo lo so dalle testimonianze di chi sulla spiaggia c’è stato o almeno ha tentato di arrivarci sfidando nuvoloni e temporali. E’ un’estate anomala un po’ per tutti, per alcuni solo sotto il profilo meterologico, per altri anche dal punto di vista psicologico.

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Si attende l’estate come il sogno del prigioniero, come la luce che illumina il triste passaggio per l’infinito tunnel invernale, quando le ore di luce si contraggono e prevale l’oscurità. Giunge agosto, il mese delle ferie per antonomasia, ma giunge anche la consapevolezza che da qualche tempo a questa parte ci stiamo incamminando di nuovo verso quel tunnel. Basta gettare un’occhiata anche distratta al calendario per rendersi conto che questa breve parentesi luminosa è destinata a spegnersi e lasciare il passo al grigiore dell’autunno che a queste latitudini dura ben oltre i tre mesi regolamentari.

Tramonto

Ogni anno vivo con apprensione la fine dell’estate, una fine che non sarà accompagnata dal vento settembrino che spazza le nostre coste e regala giornate terse, mare piatto, orizzonti lunghi che invitano alla rêverie, ma da un’incalzante campagna pubblicitaria: il famigerato Back to School Shopping, un rito di passaggio a cui si dedicano solerti madri e casalinghe più o meno desperate. Prima ancora che gli eventi atmosferici annuncino la fine del riposo estivo, la macchina pubblicitaria, con i suoi ritmi frenetici, inizia ad incalzare, a ricordarci che è giunta l’ora di programmare lo shopping per giungere preparati al primo giorno di scuola.

Back to school shoppingL’estate, non la stagione di per sè, ma il tempo concesso dal calendario scolastico, volge al termine. I negozi si riempiono di articoli di cancelleria e offerte speciali: quaderni, fogli a righe, matite, gomme, astucci e zaini. Le cartelle non ci sono più, nemmeno in Italia. I diari, unica consolazione del ritorno alla routine scolastica, qui non esistono. Il rito di fine agosto della scelta del diario, quel rito che si ripresentava ogni anno alle prime burrasche di agosto, i miei figli non lo conoscono. La scuola fa stampare un diario uniformato con le date del calendario scolastico e informazioni varie. Lo si acquista la prima settimana di scuola. E’ impersonale, cerca di attrarre l’attenzione dei ragazzi, ammiccare, farsi il simpatico, ma da quel che ho potuto constatare non se lo fila nessuno. Tra quel “School Planner” e l’alunno non si instaura quel clima di affetto, di amicizia che rallegrava i nostri anni scolastici.

School planner

Per noi il diario era come la copertina di Linus, ci accoglieva nelle sue pagine quando le spiegazioni di latino, di greco o di filosfia diventavano insopportabili. Ci proteggeva dalla noia di ore che sembravano espandersi all’infinito. Era uno spazio di libertà e di creatività che i ragazzi canadesi e americani non conoscono perché questi popoli ai quali la “libertà” sembra così cara, amano la conformità in tutto ciò che riguarda l’ambito educativo. E così tutti con gli stessi quaderni con la copertina identica, tutti con le stesse matite da disegno giallognole, tutti con le stesse gomme, o bianche o rosa, con gli stessi astucci: scatole di plastica rettangolari pensate per durare poco più di un anno. E poi cartelline in colori standard, tutte numerate secondo il dictat della maestra che indica sulla lista delle “School Supply” quanti e di che tipo acquistare. Si fa lo spesone prima dell’inizio dell’anno scolastico e si porta tutto il materiale in massa la seconda settimana di scuola.

back to school nightmare

 Ai primi di agosto la macchina consumistica si mette in moto: giungono notizie di offerte speciali quasi ogni giorno. Non ci si può sottrarre al bombardamento pubblicitario, non ci si può esimere dal dovere. Sembra che si tratti di un rite of passage prettamente femminile. Negli anni non ho mai incontrato un padre smarrito tra gli scaffali di un ipermercato in cerca di quaderni di terza elementari o di cartelline con due tasche. Sono di solito le madri che, una volta ripassate le equivalenze tra pollici e centimetri, si mettono in moto per far manbassa di quadernini di forme e dimensioni diverse. La schizofrenia canadese esige che pollici e centimetri coesistano in un regime caotico nel quale solo chi è cresciuto a cavallo tra i due sistemi riesce a raccapezzarsi. Le più sprovvedute, come la sottoscritta, ricorre a stratagemmi creativi: prende in prestito un righello e con precisione millimetrica si assicura di acquistare gli oggetti richiesti, persino le cosiddette “play money” che, in vista dell’inizio del kindergarten di mia figlia, cercai in ben tre supermercati. La lista richiedeva, cito testualmente, “$10 play money”. Io, ancora ligia al dovere — perché si trattava della prima volta che mi cimentavo con questo nuovo rito consumistico — avevo preso alla lettera la richiesta della maestra e, amante della matematica e dei principi più elementari dell’economia, avevo finalmente trovato i soldi di carta e le monete di plastica, convinta che la maestra intendesse usarle per insegnare addizioni e sottrazioni. Come al solito la fantasia applicata all’esegesi della School Supply List è stata fuorviante. L’insegnante richiedeva una banalissima banconota da $10 con la quale acquistare l’occorrente per rendere più piacevoli le ore scolastiche.

Sarà forse perché sono cresciuta a Zena che credevo che nelle elementari in un paese capitalista come gli USA gli insegnassero a contare i soldi. Insomma se Paperon de Paperonis si dilettava a contare le sue monete lucenti, a ricordare il primo dollaro nel Klondike, perché gli studenti del paese a stelle e a strisce non dovevano fare altrettanto con soldi finti, in attesa di trasformarsi in maghi dell’economia?

Niente da fare, avrei dovuto ricordare le lezioni di Eco e rendermi conto che la mia “enciclopedia” italiana all’estero può far cilecca. I miei riferimenti culturali, la finta America di Topolino, le mie aspettative riguardo alla scuola, si sono dimostrate spesso fuorvianti. L’America che abbiamo conosciuto attraverso i fumetti è un’invenzione, creata ad uso e consumo dei lettori italiani. Altra lezione culturale: concretezza, razionalità e interpretazione letterale, così si “leggono” i paesi anglosassoni.

Ma torniamo alle insidie del Back to School Shopping! Si tratta di un rito nel quale le madri del nuovo millennio danno prova delle loro capacità organizzative. “Qui si parrà la tua nobilitate” mi sembrava dCalm gluei ascoltare mentre mi destreggiavo tra montagne di carta e di plastica. L’insicurezza delle donne, desiderose di manifestare la loro devozione ai figli e alle istituzioni, è ampliamente sfruttata dal sistema neoliberale. Ed ecco che anche le più recalcitranti si sottomettono al rito dello shopping. Non sia mai che le maestre le denuncino ai servizi sociali per negligenza! Le più solerti iniziano già a fare incetta di colla, cartelline e Vinavil, chissà che non vengano utili, una volta tornate nelle casette dei sobborghi…

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10 thoughts on “Dall’ozio al negozio: Back to School Blues

  1. A me gli acquisti scolastici sono sempre piaciuti da morire! Settembre strazia il cuore coi giorni di tramontana e mare piatto,ma promette anche una stagione di nuove avventure e progetti! Adelante, Pedro, con juicio!

    • Gli acquisti scolastici fatti in Italia hanno il loro fascino, ma qui ti danno una lista infinita e devi attenerti scrupolosamente a quello che ciascuna maestra richiede, tipo 8 stick di colla, 20 matite, 10 cartellone, due per ciascun colore, giallo, rosso, verde, blu, arancione, tot quaderni di tale tipo, tot gomme di tale marca, insomma un incubo perché non hai scelta e devi sgomitare con un esercito di mamme che cerca le stesse cose. I ragazzi non scelgono niente.

  2. Per me quei tempi sono passati da anni…ma già da metà luglio i supermercati hanno cominciato lo shopping prescolare. Anche le mie figlie per alcuni anni non hanno potuto scegliere il diario, poi alle superiori si sono scatenate, io ricordo ancora alcuni dei miei diari scolastici ed è vero che erano un’espressione felice della personalità dello studente. Tenuti con religiosa attenzione nelle prime settimane e poi sempre più caotici e disordinati…i miei per lo meno 😉

    • Il diario era la vera espressione personale, qui invece glielo danno all’inizio dell’anno e non ci possono scrivere altro che i compiti perché le maestre li controllano. I genitori nelle elementari devono firmarlo tutte le sere.

  3. Uh, che gioia gli acquisti per la scuola! Penne, astucci e gomme. E il diario, amatissimo diario, io ci scrivevo di tutto e ci appiccicavo foto dei cantanti che amavo…i diari delle medie e delle superiori li ho tutti, che te lo dico a fare 🙂

    • Per noi era una gioia perché sceglievamo quello che volevamo, qui ti dicono anche che marca di penne, Bic o Papermate, delle più correnti. Non si sgarra, non possono portarsi altro. Una tristezza e un peso per i genitori che devono attenersi alle regole perché nelle elementari se sbagli ti rimandano il materiale a casa con una nota!

  4. Per me fare gli acquisti scolastici in America non è affascinante come in Italia. Negli Stati Uniti (e anche in Canada), si può entrare in un negozio qualsiasi, tipo Walmart, per comprare gli oggetti desiderati e necessari, mentre in Italia un salto fatto in cartoleria ti da una sensazione marcata, e sei pieno di speranza per l’anno scolastico che deve venire. Il diario di cui ti riferisci, per me, come per te, ha un ruolo veramente significativo, e quello che usavo durante il mio periodo da insegnante in Italia lo conservo come un tesoro. Comunque complimenti per un altro bel blog. Confrontare i due Paesi in base alle tradizioni scolastiche è un argomento molto interessante, a mio avviso.

    • Grazie, Andrew, per me fare il back to school shopping è sempre molto stressante perché c’è l’ansia di dover trovare tutto quello che c’è sulla lista e a volte sembra che le insegnanti siano proprio un po’ sadiche perché richiedono cose che non si riescono a trovare da nessuna parte!

  5. Negli USA e forse in Canada bisogna stare attenti a non dimostrare troppo entusiasmo per il percorso scolastico; forse per questo la creativita’ o l’espressione personale si limita all’interno dell’armadietto, alla porta del quale i ragazzi – o meglio le ragazze – affiggono le foto dei loro cantanti preferiti, ecc. Cosi’ si personalizza l’armadietto, quel rifugio dal freddo intorpidito del sistema scolastico nordamericano. Nella maggior parte dei casi anche lo zaino nordamericano tace, cioe’ rimane privo di qualsiasi traccia scritta dell’ unica vita sociale del suo portatore, quindi si allontana notevolmente dall’esemplare zaino italiano, codice bizantino delle amicizie e degli amori di chi lo indossa. Mi ricordo che quando facevo io le medie e le superiori negli anni ’80 trattavo sempre i quaderni come spazi di liberta’ e di fantasia, riempendoli di disegni e poemi banali, pero’ tal fenomeno si dava per scontato a livello individuale anziche’ costituire una parte vitale dell’esperienza collettiva dell’istruzione scolastica. Grazie dell’ ottimo post!

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