Istruzione o distruzione?

Secondo il calendario scolastico le scuole a Victoria dovrebbero aprire i battenti il 2 settembre, il giorno dopo Labour Day, la festa del lavoro che sancisce la fine della pausa estiva. E’ una tradizione consolidata che ai primi di settembre o, in alcuni casi durante l’ultima settimana di agosto, i ragazzi riprendano gli studi. Ogni anno l’avvicinarsi di tale data è accompagnato da una certa nostalgia, da una vena di tristezza per quell’estate ormai finita, da un pizzico di angoscia per chi si affaccia verso l’ignoto e, in rari casi, da espressioni di giubilo da parte di grandi e piccini. Io, da piccola, ero uno di quei bambini che non vedevano l’ora di iniziare la scuola. A cinque anni pensavo che andare alle elementari fosse la cosa più bella del mondo e avevo insistito tanto che i miei genitori avevano persino trovato il modo di mandarmi a scuola un giorno di straforo a scuola con mia sorella che era già in prima elementare. Ricordo ancora l’emozione di quel giorno. Mi sentivo così importante per il fatto di andare a scuola. Ero proprio soddisfatta, orgogliosa di aver raggiunto quel traguardo. Sarò forse una mosca bianca, ma ho sempre associato l’inizio di una anno scolastico come un presagio di qualcosa di positivo. Si guardava il mare si settembre e si iniziava a fare progetti. Si sceglieva il diario in una giornata di burrasca e ci si preparava per quel nuovo inizio. Non so come lo vivessero i miei genitori, a quell’epoca non tanto remota, non ci si interrogava tanto sui sentimenti, però io almeno da bambina il ritorno alla scuola lo vivevo con entusiasmo.

Da genitore e da insegnante, quest’ultima settimana di agosto la vivo con un senso di aspettativa: è il momento di fare progetti, di pianificare nuove attività, di cercare di rivoluzionare la routine familiare e trovare il perfetto equilibrio tra attività professionali e parentali. Si cerca di comunicare entusiasmo ai figli si pensa a nuovi menù per assicurarsi che gli adolescenti mangino in modo sano, si cerca di mettere in pratica strategie innovative per evitare il caos mattutino, si fa il back to school shopping, tutto per essere pronti per l’appuntamento del 2 settembre.

Quest’anno, però nella Provincia del British Columbia l’ultima settimana di agosto si presenta incerta, non dal punto di vista meteorologico, ma da quello scolastico. In parole povere, non si sa se e quando riapriranno le scuole. Lo scorso anno scolastico si è concluso con due settimane di anticipo a causa dello sciopero generale della federazione degli insegnanti. Due settimane di vacanze in più per i ragazzi, niente scrutini e pagelle per tutti gli studenti dal kindergarten alla prima superiore. Tutti promossi d’ufficio. Dalla seconda superiore in poi i voti ci sono stati, basati solo su quello che era stato fatto fino a quel punto. In altre parole se c’erano ancora dei compiti in classe durante quelle ultime due settimane, non sono stati fatti, se qualcuno sperava di tirarsi su la media con quell’ultima verifica, niente da fare. Le pagelle per gli ultimi tre anni delle superiori sono arrivate come un terno al lotto. Non si sa come abbiano dato i voti, come abbiano risolto la questione dei ragazzi in bilico tra il 5 e il 6, ossia tra C- e F. I corsi di recupero sono andati in fumo, i genitori si sono trovati a fare i salti mortali per gestire famiglia e lavoro. Nel frattempo le trattative tra gli insegnanti e il governo a cui chiedevano di rispettare i termini imposti da una sentenza della corte suprema si sono insabbiate. Il governo non vuole sentire ragioni, non vuole rispettare il verdetto dalla corte suprema e dimostra un totale disinteresse nei confronti dell’istruzione pubblica, non cede sul numero di studenti per classe, sui fondi e sugli stipendi. Per dimostrare però che il governo è disposto ad andare incontro alle famiglie che lavorano, viene offerto un buono di $40 al giorno per coprire le spese della babysitter o del centro estivo. Il messaggio è chiaro: la scuola funziona come una babysitter, come un parcheggio nel quale posteggiare i ragazzi per circa 12 anni. Il messaggio si presta anche a una lettura ideologica che penalizza chiaramente chi va alle scuole pubbliche. Chi va alle private, chi può permettersi rette annuali di almeno $14’000 all’anno, non ha problemi, l’anno scolastico inizierà puntualmente, non ci saranno scioperi, l’istruzione è assicurata. Quelli che invece credono nell’istruzione pubblica come bene comune e fondamento della società civile si trovano a fare i conti con un governo che disprezza l’istruzione, che preferisce pagare un buono di $40 per il babysitteraggio, piuttosto che investire nella pubblica istruzione. Sembra assurdo, no? Il governo si rifiuta di firmare un accordo con gli insegnanti e propone di spendere i soldi risparmiati con lo sciopero per coprire il costo del daycare. Ovviamente per questo governo non c’è differenza tra insegnanti e babysitter. Non importa che i ragazzi non vadano a scuola, che non imparino niente, l’importante è vincere questa battaglia e gridare ai quattro venti che l’economia neoliberale se ne fa un baffo dell’istruzione.

Per gli studenti delle superiori, quelli che alla fine del semestre dovranno sostenere gli esami provinciali i cui risultati determineranno l’entrata all’università, non c’è nessun tipo di istruzione. Semplicemente se ne restano a casa o si organizzano per guadagnarsi qualcosa occupandosi magari di quei bambini i cui genitori lavorano. Per i genitori dei ragazzi handicappati la situazione è particolarmente tragica. Non ci saranno insegnanti di sostegno disponibili per loro.

Nel frattempo le due parti, la federazione degli insegnanti e il governo hanno chiesto il silenzio stampa sulla questione, decisione che lascia perplesso chi vorrebbe essere messo al corrente di ciò che avviene dietro le quinte. Che si tengano all’oscuro i genitori e i ragazzi sembra roba da regime totalitario e fa riflettere sul ruolo della scuola in un paese democratico, sul ruolo del governo nel fornire un’istruzione di qualità che permetta a tutti gli strati della popolazione di eccellere. Il provveditore ha mandato una lettera dal tono lapalissiano in cui esprime ciò che sapevamo già, non si sa se le lezioni inizieranno regolarmente. Ci si sente trattati come bambini, come idioti da chi dovrebbe farsi carico dell’istruzione. Se tanto mi da tanto, non oso pensare come trattino i ragazzi in classe. Tralasciando questa considerazione che dimostra il mio chiaro cinismo made in Italy, anche i più flemmatici genitori canadesi iniziano ad essere visibilmente frustrati e con ragione. I genitori che lavorano si trovano di fronte a un difficile dilemma: cosa fare? Per chi ha i figli più grandi che possono badare a se stessi, la faccenda sembra più facile: i genitori al lavoro, i ragazzi che si arrangino. Se vogliono dormire fino a mezzogiorno, occhio non vede, cuore non duole, cosa fanno poi il resto della giornata, meglio non saperlo. Sicuramente non si organizzano per fare corsi autogestiti di algebra o di chimica, insomma sono ragazzi, siamo realisti. Nel frattempo tutta questa situazione fa riflettere sul ruolo della scuola in una paese democratico. A cosa serve, sempre che serva? Le scuole pubbliche sono un parcheggio gestito dallo stato? Che tipo di messaggio comunica il governo con le sue manovre? Vorrei proprio sapere come fa questo governo a utilizzare i fondi pubblici, quei soldi che andrebbero per pagare gli insegnanti, per pagare il servizio di babysitter. Come fa un genitore a rimanere impassibile di fronte allo smantellamento dell’istruzione pubblica? La sottoscritta non è rimasta con le mani in mano e ha fatto l’unica cosa che sa fare, ossia scrivere. Insieme ad altri genitori ha redatto una petizione a favore dell’istruzione pubblica. Non sappiamo se servirà, ma almeno abbiamo espresso il nostro rammarico nei confronti delle misure del governo per difendere il diritto dei nostri figli all’istruzione. Non sembra una richiesta assurda in un paese democratico…

Se volete firmare anche voi, ecco il link

https://www.change.org/p/premier-christy-clark-listen-to-our-children-s-teachers

 

Professione mamma

Confesso di avere un debole per la carta, non solo per i libri, ma soprattutto per i quaderni, le agende, i diari, le cartelline, la carta da lettere e la cancelleria in generale. Ancora adesso mi piace curiosare in cartoleria, andare alla ricerca di un quaderno particolare a cui affidare le mie riflessioni più private. Per quanto la comunicazione elettronica abbia sostituito in gran parte le lettere e anche i biglietti d’auguri, di tanto in tanto mi diletto a curiosare tra i cartoncini. Ed ecco che incuriosita da un annuncio apparso su Facebook, oggi sono entrata in un sito dedicato ai biglietti da visita, le business cards. Non che ne avessi bisogno, quelli che ho ricevuto sul lavoro sette anni fa non li ho ancora fatti fuori, in parte perché mi dimentico di metterli nel portafoglio, in parte perché oggi giorno basta scambiarsi un email che si appunta direttamente sul telefono.

Insomma era una curiosità destinata a rimanere tale, come quasi tutte le mie incursioni nei negozi on-line. Francamente nella pubblicità delle business cards ce n’erano di veramente belli. C’erano biglietti molto creativi e colorati e io visto che il resto della famiglia ronfava ancora, per non svegliarli ho deciso di dare un’occhiata. Non si sa mai, in caso decidessi di cambiare vita è bene sapere che almeno per quanto riguarda il marketing “the opportunities are endless” come dice un parente di mio marito. Entro dunque nel sito e mi trovo di fronte a un’infinità di opzioni. Si possono personalizzare numerosissimi tipi di biglietti, di vari formati, per ogni professione. Clicco un po’ a caso e scopro che una delle categorie è riservata alle “mom’s cards”. Non riesco a crederci! Entro senzo indugi, curiosa di vedere che tipo di biglietti da visita possano voler creare le madri. Insomma non pensavo che fare la mamma fosse una professione, men che meno che fosse necessario farsi stampare le business cards. Sono 16 che esercito e non mi sono mai munita di tale gadget. Eppure eccole lì le mom’s cards. Curiosi anche voi?Unknown-4

Tra le tante ce n’è una che mi ha colpito particolarmente. Cosa ne pensate? Mi sembra che sia molto esplicita nel ritrarre il ruolo professionale: madre giovane ed elegante, carrozzella alla moda, capelli al vento. Borsone griffato tipo Kelly, tacchi a spillo, carozzina stile vintage e occhiali da sole. Senza dubbio si tratta di una “Yummy Mommy” o una MILF. Non si capisce come faccia ad essere così scheletrica, perché si presume che abbia partorito da poco, altrimenti non si spiegherebbe la presenza della carrozzella. Non si capisce come faccia ad andare in giro con i tacchi a spillo, soprattutto quando si è a corto di sonno.  Non immagino come possa mantenere l’equilibrio spingendo una carrozzella, ma probabilmente c’è talmente abituata che anche dopo settimane di notti insonni si mantiene perfettamente in equilibrio, a meno che la carrozzella faccia le veci del deambulatore, in caso di sbandamento.

Tacchi a parte, ci si domanda come faccia ad essere così in ghingeri con un lattante, ma l’immagine è molto chiara al rispetto. Le madri che ho conosciuto io anni or sono di solito quando andavano in giro con il carrozzino portavano ancora i pantaloni con l’elastico, scarpe rigorosamente piatte e capelli squinternati. Nei casi più disperati il tutto condito con qualche macchia di latte. Se le patacche dovute a rigurgiti vari sono optional, gli occhiali da sole sono un must. Ogni madre decente nei primi mesi di “professione” ha più di un elemento in comune con i panda, occhiaie e addome tondeggiante. Tralasciamo che stia per convertirsi in una specie in via d’estinzione, ma non dimentichiamoci dei solchi intorno agli occhi.

Sorge un ulteriore dubbio che non ha nulla a che vedere con il look improbabile della neomamma: a cosa servirà un biglietto da visita con carrozzina al seguito? Cerchiamo di analizzare la situazione: il pargolo per ora vita sociale non ne fa, diciamo che le sue attività nei primi mesi siano molto limitate e primordiali. Cosa se ne farà di quel bigliettino la madre di Kate? Ad annunciare la nascita della bimba o a prendere appuntamento per un Momtini, versione materna del Martini? Il sito web non lo spiega. Lisa Taylor si è talmente calata nel ruolo di madre che sembra aver scordato che sulla carrozzella la creatura non ci rimarrà a lungo, ma lei ha acquisito una nuova identità. Il suo nome è già passato in secondo piano, esiste solo in relazione al suo pargolo.

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Siccome i figli hanno la tendenza a crescere e, fortunatamente, anche sul passeggino non ci stanno in eterno, una volta passata la fase “toddler”, le madri, orgogliose della loro categoria “professionale”, possono scegliere altri modelli.

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Gli stili proposti spaziano dai colori pastello a quelli più brillanti. Alcuni hanno un aspetto retro che evoca gli anni cinquanta, quell’epoca in cui le casalinghe americane erano tornate al ruolo domestico, a sfornare bambini biondi e rubicondi nelle casette dei sobborghi. Sì a quei tempi le madri erano più in carne, ma oggi si sa che le genitrici che si rispettano non hanno nulla da invidiare alle star di Hollywood e di conseguenza tornano in forma in tempo record, come il biglietto da visita sembra indicare.

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Come dicevo di mom’s card ce ne sono di tutti i tipi e ogni sito web offre design, cartoncino, font e diciture diverse, a seconda delle tasche e dei gusti. Le madri di oggi sono molto trendy. Ciascuna ha il suo stile, si vai dai bigliettini monofiglio a quelli per madri di famiglie più numerose, tutte però rigorosamente anglosassoni: Taylor, Smith, Collins, Gilmore, etc.

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Come vedete ci si può davvero sbizzarrire nel mondo delle mom business cards.

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Per i figli più impegnati ecco i bigliettini ad hoc per prendere appuntamento per giocare insieme. Le avessimo avute noi, ci saremmo risparmiate gli improperi delle vicine quando ci chiamavamo dalla finestra o ci venivamo a chiamare sotto casa. Ora i bambini hanno un’agenda degna di un neurochirurgo, quindi niente di meglio di un “appointment card”. Chissà con quanto anticipo si dovrà fare richiesta di appuntamento e se l’interessata rilascerà la ricevuta fiscale. Misteri della maternità postmoderna.

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Madri e figlie evolvono, entrano a far parte di una categoria che richiede il debito riconoscimento pubblico. Ogni madre ha il suo stile. Non poteva mancare la proverbiale “Soccer Mom”, emblema della maternità del terzo millennio.images-9

E poi tutte le signore Smith possibili e immaginabili.

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A questo punto non posso fare a meno di domandarmi se anche le madri nostrane, la nostra signora Rossi, la signora Brambilla e la signora Esposito si siano messe al passo con i tempi e possano vantare anche loro un rispettabile biglietto da visita. Attendo conferme!

Pace e tranquillità: The Japanese Garden

Alcuni di voi ricorderanno i meravigliosi fiori di Butchart Gardens di cui vi avevo parlato qualche settimana fa. Quando c’eravamo stati non avevamo avuto modo di gustare una zona particolarmente piacevole dei giardini, il cosiddetto Japanese Garden.

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Ideati in parte dall’intraprendente Signora Butchart, i giardini giapponesi costituiscono un’oasi di pace all’interno di quest’angolo paradisiaco della penisola di Saanich su Vancouver Island.

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Si accede alla zona attraverso quest’entrata dall’aria orientaleggiante ed eccoci in un’altra dimensione. Il sentierino procede sinuoso tra felci e muschi invitando alla riflessione. Tutto intorno è verde, mille sfumature di verde, dalle tenere foglioline al verde più intenso.

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Le piante curate e selezionate, potate ad arte per creare intrecci complessi, accolgono il visitatore che, circondato dal verde e dall’acqua che scorre tranquilla, sente subito una sensazione di benessere. Anche una persona nevrotica e poco portata per la spiritualità come me non si è potuta sottrarre al fascino di questa zona. Fatti pochi passi, si respira la quiete del fen shui. So che alcuni di voi saranno scettici, lo sarei stata anch’io, ma la sensazione di tranquillità che ho provato era del tutto reale. Dovrei andarci più spesso per poter godere dei benefici “naturali” offerti dall’ambiente.

IMG_20140804_181533Alcuni tronchi d’albero sono completamente coperti di un muschio particolarmente fiorente,effetto delle frequenti piogge che da settembre a maggio irrorano il terreno.

IMG_20140804_181706Procediamo tra i vialetti fino a raggiungere il ponticello. Sullo sfondo l’intensa vegetazione lascia spazio ad un’aiuola di pietrine di un grigio tenue, versione maxi dei giardini zen da tavolo, quelli nei quali si può rastrellare la sabbia. Godiamoci la bellezza del paesaggio e la pace che ne deriva.

IMG_20140804_181428Tra tante piante non potevano mancare le canne di bambù che creano un tunnel. I fusti esili si slanciano verso l’azzurro del cielo e le ombre si distendono nel tardo pomeriggio invitando alla quiete e alla meditazione.

IMG_20140804_182140Dicono che la stagione più bella per visitare questa parte dei giardini sia l’autunno quando le chiome degli alberi si vestono di rosso. Gli aceri giapponesi con le loro foglioline più sottili creano meravigliose combinazioni cromatiche quando intonano il canto del cigno.

IMG_20140804_182354Torneremo al terminare l’estate, quando i colori caldi ci culleranno verso la quiete invernale e le giornate diventeranno più brevi. Allora per compensare la tristezza dell’autunno la natura ci regalerà uno spettacolo straordinario. Stay tuned!

 

Flighthub.com: bidoni assicurati!

Chi vive all’estero è sempre alla ricerca di agenzie di viaggio dalle quali acquistare i tanto agognati biglietti aerei. La caccia alla tariffa migliore inizia diversi mesi prima della data di partenza. A seconda della situazione: viaggio di lavoro o di piacere, le modalità di ricerca possono essere leggermente diverse. Se siete come me, passate numerose serate smanettando freneticamente sulla tastiera per consultare prezzi, rotte e, giunti oltre la soglia dei 40, ore di volo, per non parlare poi della verifica del prezzo, delle tasse, dei costi aggiuntivi, tutti elementi che posso trasformare una tariffa fantastica in un vero bidone. Credo che sia capitato a tutti di spazientirsi per I trucchetti applicati da certe agenzie on-line che vantano prezzi stracciati per poi applicare un notevole ricarico in forma di tasse e di extra al momento del check out, ossia del pagamento. Negli anni, da quando ho deciso di diventare un turista o meglio un viaggiatore “fai da te” credo di averle provate quasi tutte le agenzie di viaggio on-line. Il bello viene quando per motivi di salute, per forze di causa maggiore, diventa imprescindibile annullare la prenotazione. Allora inizia la via crucis telefonica tra i 1-800- xxx xxxx dove avrete il piacere di fare un corso intensivo di inglese indiano. Meglio prepararsi con carta e penna, scrivere quello che si vuol dire e magari, mentre si attende che un essere umano abbia la decenza di rispondere, ripassare le nozioni più elementari dell’Indian English. Youtube e Wikipedia dovrebbero fornire gli elementi necessari per poter captare almeno una parola su quattro, sempre che non cada la linea e si debba ricominciare tutto da capo. Insomma si sconsiglia vivamente l’uso di bevande eccitanti, caffè, bibite energetiche e cioccolato prima della chiamata. Meglio una camomilla, una tisana rilassante e nei casi più estremi, ossia se è già la terza o la quarta volta che chiamate, magari qualche goccia di Lexotan, ma attenzione al dosaggio. Visto che rimarrete in attesa per almeno mezz’ora, fate i vostri conti, non sia mai che l’interlocutore debba svegliarvi. Armatevi di pazienza e preparatevi ad affrontare conversazioni a dir poco surreali, perché non solo la pronuncia, ma l’intonazione e soprattutto il contenuto della conversazione, condita con un’infinità di “Madam”, “Sorry” e “I understand” sfiderà le leggi più elementari della logica e metterà a dura prova la vostra pazienza. Nervi saldi, dunque, carta, penna e tutti i documenti necessari.

Nel caso un vostro famigliare abbia avuto gravi problemi di salute, problemi contemplati nelle clausole per il rimborso del costo del biglietto, auguratevi che i vostri cari non corrano pericolo di vita, perché all’ospedale potreste finirci anche voi! Se lo spavento per quel che è successo a un coniuge o a un figlio non bastassero, metteteci anche le conversazioni intercontinentali come cigliegina sulla torta.

Se poi volete proprio arrivare direttamente all’esaurimento nervoso, calcolate tutto il tempo che avete perso cercando di ottenere quel “refund” che ad un certo punto vi avevano promesso.

Oggi ho richiamato per l’ennesima volta Flighthub.com che dal 20 maggio promette di rimborsare il costo del biglietto aereo per il viaggio in Europa che avrei dovuto intrapprendere tra giugno e luglio. Chiamo per cancellare il viaggio, invio tutta la documentazione, richiamo un paio di volte per assicurarmi che la documentazione sia arrivata. Richiamo ulteriormente perché prima del rimborso giunge un ulteriore addebito di $150 sulla carta di credito per “Refund Fees” e inizio ad alterarmi. Com’è possibile che invece del rimborso ci sia un ulteriore addebito? La risposta avrebbe richiesto uno studio linguistico dettagliato perché le frasi convolute, astruse, prive di ogni logica, assumono toni che potrebbero essere persino divertenti se non mi trovassi già in una situazione poco propizia all’ilarità. Non ho voglia di analizzare le prodezze linguistiche con cui un addetto al customer service cerca di fare lo slalom gigante per difendere una pratica fraudolenta. Insisto, richiamo altre volte, finché l’addebito viene ritirato, o meglio compensato con la restituzione di questa penalità che mi era stato assicurato non mi sarebbe stata addebitata. E così continuamo per tutta l’estate: Air France rimborsa parte del biglietto, richiamo Flighthub per avere notizie dell’ulteriore rimborso e il giorno del mio compleanno, dopo aver ricevuto un messaggio dalla linea aerea che se ne lava le mani della faccenda e mi rimanda all’agenzia di viaggio, mi viene assicurato da un’agente di Flighthub che è solo questione di tempo, nel giro di poche settimane gli ulteriori $350 verranno restituiti. “Don’t worry, Madam, you’ll get the money”. Può giurare e spergiurare, ma qualcosa mi fa pensare che stia mentendo. “Can you send me an e-mail confirming what you just said?” chiedo in modo da avere un documento con il quale poter reclamare in caso sorgano ulteriori problemi. La risposta mi lascia alquanto perplessa: “We are not authorized to send e-mails, but you have my word and all conversations are recorded”. Va beh, mi segno il giorno della telefonata e mi riprometto di guardare l’estratto conto della carta di credito con frequenza. Passano altre due settimane e del rimborso non c’è traccia. Richiamo, altra mezz’ora di attesa, finalmente ho il piacere di parlare con un essere umano che vive dall’altra parte del globo terracqueo, ma si sforza di americanizzare l’accento. Almeno così capisco quel dice, in sostanza c’è stato un errore, ovviamente non lo chiama errore, ma si dilunga a spiegare che in sostanza non mi rimborseranno i soldi che mi avevano promesso. Ora io sono una persona testarda, soprattutto quando si tratta di soprusi. La cosa non finisce qui, avendo già parecchia esperienza di Customer Service, con circa 20 anni di vita americana, non mi perdo d’animo. Chiedo di parlare con il Supervisor. Attesa, altra conversazione, ulteriore attesa. Giungo alla conclusione che si tratti di una tattica di sfiancamento del cliente, ma non mi perdo d’animo. Insisto finché non mi dicono che il supervisor o manager non è disponibile. Cerco di trattenermi nella sfilza di improperi che vorrei gridare a squarciagola, perché so che se si vuole ottenere qualcosa bisogna mantenersi calmi. Esprimo comunque il mio disappunto, sottolineo la disonestà di Flighthub e prometto ulteriori conversazioni, oltre ad una compagna diffamatoria on-line. Oggi però mi viene in mente di richiamare e insisto per parlare con un supervisor. Mi accorgo che salendo nella piramide del Customer Service l’accento si depura. Forse faranno più corsi di dizione, in ogni caso la signora è gentilissima, fa varie chiamate a Air France, o almeno così mi fa credere, insisto che la compagnia debba risarcirmi e alla fine mi promette di fare tutto il possibile per risolvere la faccenda. In tutto devo aver sprecato l’equivalente di due giornate lavorative per niente. Faccio presente che il “Sorry” non serve a niente, è troppo comodo dire di essere dispiaciuti se la questione di fondo non cambia. A questo punto nutro poche speranze di rivedere i miei quattrini, ma sicuramente non acquisterò più niente da Flighthub, anzi ho intenzione di tornare ad usare le vecchie agenzie di viaggio in modo da poter reclamare di persona la prossima volta che ci siano problemi.

Paperblog

Persi nella blogsfera, fluttuanti nel ciberspazio? Dove finiscono i post? Paperblog propone una varietà di post da non perdere. Chissà che un giorno includano anche i miei? Leggere per credere http://it.paperblog.com.

A me piace dare un’occhiata e constatare che non c’è limite alla fantasia e agli interessi umani, però ho un debole per le esperienze dei miei connazionali all’estero, ma di questo parleremo un’altra volta. 

McDonald’s confronts its junk food image as sales flag

Ecco come McDonald’s cerca di farsi il lifting. Speriamo che pochi ci caschino.

Global News

NEW YORK – At a dinner McDonald’s hosted for reporters and bloggers, waiters served cuisine prepared by celebrity chefs using ingredients from the chain’s menu.

A Kung Pao chicken appetizer was made with Chicken McNuggets doused in sweet and sour sauce and garnished with parsley. Slow-cooked beef was served with gnocchi fashioned out of McDonald’s french fries and a fruit sauce from its smoothie mix. For dessert, its biscuit mix was used to make a pumpkin spice “biznut,” a biscuit-doughnut hybrid.

The event, held in New York City’s Tribeca neighbourhood, was billed “A transforming dining experience of ‘fast food’ to ‘good food served fast.”‘ Attendees tweeted out photos and the night was written up on various websites.

The evening is part of a campaign by McDonald’s to shake its reputation for serving cheap, unhealthy food. At a time when Americans are playing closer attention to what they eat, the company…

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