O pane mio!

Crederete che sia impazzita e che tutta la nebbia dei giorni scorsi inizi a farmi qualche brutto scherzo al punto da non riuscire più a distinguere le note della famosa canzone partenopea. Ebbene l’errore è voluto perché gli sbalzi climatici sono amici della riflessione e tra una nuvola e un raggio di sole ho rimuginato a lungo sui risvolti antropologici e culturali della vita all’estero. Tutti coloro che lasciano per varie ragioni il paese d’origine, sia per scelta, per studio, per amore, per questioni economiche, politiche o religiose, non possono fare a meno di riflettere sulle differenze tra le due culture, soppesando pregi e difetti di entrambe.

 

A rischio di cadere nel banale, credo che le abitudini alimentari costituiscano un bagaglio culturale che ci segue e ci perseguita per il resto della vita. Anche il più inappetente ricorderà le merende dell’infanzia, i piatti più prelibati preparati da una nonna o da una cara zietta, magari un po’ squinternata, ma comunque abilissima in cucina. Per me, che ho avuto la (s)fortuna di avere una madre poco portata per la cucina, uno dei cibi più cari è senza dubbio il pane. Per i popoli mediterranei in generale e per quelli cattolici in particolare il pane ha una valenza spirituale, è un punto saldo nella dieta e nella vita.

 

Impossibile ricordare tutti i proverbi che lo vedono protagonista. Ne scelgo uno spagnolo che mi sembra particolarmente emblematico: “Más largo que un día sin pan” dicono gli spagnoli per riferirsi a qualcosa di lungo e spiacevole, perché una giornata senza pane diventa insopportabile, insostenibile. Da bambina quando qualche rara volta succedeva che ci si dovesse accontentare dei cracker perché era mercoledì e gli alimentari di pomeriggio erano chiusi, mi sembrava che non si potesse cenare. Riconosco che dovevo essere piuttosto insopportabile con tutte le mie lamentele per l’assenza di rosette e libretti.

rosettelibretti

Per fortuna mia madre all’epoca era piuttosto paziente e mi lasciava dire. Il destino, che provvede a metterci in riga e farci pagare con gli interessi i capricci infantili, ha voluto che passassi la maggior parte della vita adulta in paesi in cui il pane è sinonimo di gomma piuma: pagnotte rettangolari di una consistenza innaturale avvolte nella plastica trasparente costiuiscono l’alimento base del pranzo, il lunch, praticamente una merenda squallida con qualche schifezza tra due fette di pane spugnoso. Pan carrè, penserete voi e magari vi sembrerà che non sia così male. In effetti molto del pane che si vende da queste parti è peggio, molto peggio del pan carrè.

Entrando in un supermercato qualsiasi in Canada o negli USA si trovano scaffali e scaffali di pane: bianco, integrale, ai cereali, alle patate, alla cannella, all’uvetta, con le fibre, senza grassi, senza sale, senza glutine e chi più ne ha più ne metta. Le marche sono tante, da quelle più economiche a quelle più costose e, in teoria, più salutari, quelle insomma che i miei figli chiamano cardboard bread, perché con così tante fibre tanto vale mettere sotto i denti un bel pezzo di cartone e non se ne parla più. Non posso biasimarli. Io cerco sempre prodotti naturali, ma devo riconoscere che alcuni hanno un sapore veramente disgustoso. Forse fanno bene perché hanno la tendenza a finire nella spazzatura facendoci perdere l’appetito. Ma ci vuol altro perché io mi rassegni alle pratiche ascetiche del digiuno terapeutico.

Il giorno in cui vi racconterò che mi sono sottoposta a un periodo di detox con digiuno prolungato, prenotatemi pure un letto in manicomio. Sarà giunta l’ora di rinchiudermi, avrò perso del tutto la ragione!

Nel frattempo vado in cerca di una panetteria che sforni qualche pagnotta decente, costi quel che costi. Altro che “non di solo pane vive l’uomo”. Non vorrei rasentare il blasfemo e sminuire il ruolo del companatico e delle pratiche spirituali, ma il pane a tavola ci vuole e anche buono. Magari non tutti i giorni, ma ogni tanto il piacere di uno sfilatino è d’obbligo.

Ebbene nelle mie passeggiate per la città e i dintorni mi sono finalmente imbattuta in una panetteria come si deve. Si chiama Fol Epi, prepara baguette e pagnotte con ingredienti biologici e una serie di dolci che non ho mai avuto il coraggio di assaggiare, non per le calorie, ma per i prezzi. Dopo aver sganciato $3.50 per una baguette e altrettanto per un cappuccino, non mi sembra il caso di aggiungerci anche dei dolcetti, altrimenti ci lascio direttamente lo stipendio, anzi me lo faccio addebitare sul conto della panetteria. Non dimenticate che sono genovese, un po’ di economia non fa mai male!

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Ieri mentre tornavo verso casa con la baghette sotto il braccio mi è sfiorata l’idea di calcolare il costo del pane, se lo avessimo preso qui tutti i giorni. Ho immadiatamente schiacciato il rest button, cancellando l’operazione mentale. Meglio non sapere. La tecnica dello struzzo a volte dà buoni risultati. A volte “Ignorance is a bliss” come si dice da queste parti!

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Era una giornata di sole, i più mattinieri avevano già svuotato parte degli scaffali, l’ora della colazione era passata da tempo e i croissant, il pain ou chocolate e le altre brioche erano quasi sparite, ma sono arrivata in tempo per la penultima baguette, guardare per credere!

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10 thoughts on “O pane mio!

  1. Bella la panetteria che hai trovato, direi che il pane è piuttosto invitante!
    Ah, senti ieri per curiosità ho cercato i ristoranti italiani a Victoria, caspita quanti…direi che meritano un post, che ne dici? Son curiosa!
    Bacioni!

    • Attenzione, la pasta con al pomodoro e polpette è considerata l’essenza della cucina italiana. Molti ristoranti si considerano italiani, ma non hanno niente a che fare con la vera cucina italiana. Francamente non li frequento perché mi farebbero solo arrabbiare. Ammesso che si riesca a mangiare qualcosa di veramente buono, bisogna sborsare una cifra esorbitante, per cui mi astengo. Meglio le pasticcerie!

  2. Non c’è nulla di più inebriante del profumo del pane fresco…una volta a Salisburgo sono stata attratta come i topini del pifferaio magico fino a una sorta di grotta dove sfornavano del pane integrale stupendo. 🙂

  3. Non so quanto pesasse la baguette ma anche qui il pane non lo regalano. Nel Nord Italia si arriva tranquillamente ai 4 euro il kg. Di piu’ i pani speciali. Non so quanto sia in dollari canadesi.
    E purtroppo si fatica a trovare del pane buono.

    • Non lo so neanch’io, ma non molto a giudicare dalla rapidità con cui viene trangugiata dai tuoi nipoti che l’altra volta se la sono fatta fuori prima che arrivassimo in tavola. La tradizione piraña continua senza sosta.

      • Ci sarebbero due ottime soluzioni: aprire una panetteria italiana o mandare i trangugiatori a lavorare in un forno! Sempre che non li sorprendano con la pagnotta tra i denti! 🙂

  4. Che bello questo tuo blog, cosa mi sono persa fino ad oggi!!
    Il pane è unico, insostituibile. E’ talmente buono che a volte me lo mangio a merenda, da solo. Spesso ne provo nuovi tipi, restando raramente delusa. Adoro soprattutto quello al sesamo. Una volta in Francia (a La Turbie) mi è capitata una baguette incredibile: sembrava crema!!
    La smetto, se no mi viene fame ed oggi è domenica e mi devo accontentare di quello surgelato…
    Buona giornata 🙂

    • Grazie del commento, sì il pane, quello fatto come si deve, è una delizia, ma trovarlo, almeno da queste parti, non è facile. A volte ho provato a farlo a casa. Ci vuole veramente molto tempo, ma ne vale la pena. Buona domenica.

  5. Peccato che Alessandro Malaspina (lunigianese) e Giovanni Battista Ordano (genovese) che visitarano queste parti in tempi lontani non fossero accompagnati da molti dei loro connazionali, anche se — come sa benissimo l’Insonniamarina — l’Ordano visse qui e, da bravo patriota zeneise, battezzo’ “Genoa Bay” una delle molteplici insenature al sud-est della citta’ di Duncan. Se questa zona avesse conosciuto un’immigrazione italiana piu’ forte, come San Francisco, Toronto, New York, anche Providence, mo’ si’ che ci sarebbero piu’ panetterie buone! D’altra parte, va notate l’influenza ligure addirittura sulla cucina autoctona di Duncan, nel cui centro culturale Quw’utsun’ si puo’ godere un pranzo che includa la focaccia!

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