Come nasce la nebbia

 

Eccola lì che arriva, all’orizzonte, insidiosa, confondendosi con le nuvole. Gravita sul mare, ma il sole prevale e sulla vetta delle Olympic Mountains e i turisti più intrepidi, quelli che hanno sfidato il mal tempo e sono arrivati in cima alle montagne, riescono ancora a godersi il sole. Chi sta a valle o sulla costa americana di fronte a Vancouver island è già avvolto da quella nebbiolina sottile che giunge repentina.

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Il cielo è ancora azzurro dalla riva, del mare. E’ una giornata estiva, nella quale nessuna presenza altera la pace e la tranquillità della spiaggia deserta. La temperatura dell’acqua è sufficiente per tenere a bada le orde di turisti che si riversano sui litorali delle nostre coste. Siamo ad ovest di Victoria, su quel lembo di terra che si affaccia sullo stretto di Juan de Fuca. Dall’altra parte del mare ci sono delle meravigliose montagne che contribuiscono a moderare il clima dell’isola, a ripararla dell’umidità eccessiva e dal freddo.

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L’acqua è cristallina, invitante, e la nebbia sembra abbastanza lontana da non porre a rischio la nostra escursione.

Risaliamo in macchina alla ricerca di altri parchi e di insenature da visitare. Il vento pazzerello crea composizioni astratte e mutanti. La natura crea opere d’arte effimere in questi cieli, fino a smorzarne i colori, avvolgendoli in un manto di nebbia.

Avete mai visto come avanza leggera fino ad acquisire una consistenza compatta?

Vediamo come si avvicina da questo promontorio che si estende per un kilometro verso lo stretto.

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Il cellulare mi comunica che abbiamo varcato il confine e mi informa delle tariffe esistenti negli Stati Uniti, ma in realtà non ci siamo mossi dal Canada. Il confine delle acque internazionali è vicino e il segnale del paese a stelle e a strisce invade il campo. Manovro per evitare spiacevoli sorprese. Non sia mai che mi arrivi una bolletta strana con addebiti per roaming service.

Lasciamoci trasportare dalla bellezza del posto. Non vi ho ancora detto come si chiama? Rimedio subito. E’ Whiffin Spit Park, probabilmente non lo troverete sulla carta geografica, è una stretta lingua di terra che si affaccia sull’insenatura di Sooke.

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E’ il luogo adatto per una bella passeggiata riposante che ci consente di osservare l’azione del vento che ci scompiglia i capelli e rinfresca l’aria. Non sembra più estate, anche gli autoctoni hanno messo il maglione, segnale che siamo ben al di sotto dei 15 gradi con l’effetto del vento.

Giungiamo alla fine del promontorio, guardiamo verso la pineta e vediamo come l’azzurro si tinge di bianco. Siamo ancora in luglio, ma il Pacifico ha altri ritmi e disegna le stagioni secondo un calendario ignoto ai forestieri. La tavolozza del cielo si tinge di mille sfumature, basta volgere lo sguardo per scoprire che la nebbia si è leggermente dissolta. Si intravvedono gli alberi al di là del promontorio, ma lei è sempre in agguato, va, viene, instancabile compagna di viaggio.

IMG_20140715_120244Continuiamo curiosi di vedere cosa si cela alla fine del parco. Sulla spiaggia i tronchi abbandonati ci ricordano il passato della zona, crocevia di un intenso commercio di legname. Quello che vediamo dappertutto si chiama driftwood, cioè legno lasciato dalla corrente. Avrete notato rami, torchi e persino radici abbandonate sull’arenile a formare sculture naturali.

Qualcuno lo raccoglie il driftwood, lo usa per delineare le aiuole o per decorare gli interni. I caffè e i ristoranti più tipici ne sono pieni. Un giorno ci andremo, ma per ora non lasciamoci distrarre. Avanziamo e la nebbia ci rincorre. Sa che è il suo territorio, il suo habitat naturale.

IMG_20140715_120302Prevalgono i colori freddi e l’atmosfera invita al raccoglimento più che alla spensieratezza delle nostre spiagge. Sono lontani gli ombrelloni, le sdraio, i giochi da spiaggia. Qualche cane intrepido si getta nelle acque a raccogliere un ramoscello senza interrompere la pace di questo lembo di terra solitario che mai si trasformerà in un crogiolo. Il meriggio si avvicina, ma i raggi del sole non penetrano la spessa coltre di nebbia. Chissà cosa avrebbe scritto Montale vedendo questa costa…

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9 thoughts on “Come nasce la nebbia

  1. Non so cosa avrebbe scritto Montale, ma so che io mi sentirei smarrita in quell’atmosfera misteriosa, da Signore degli Anelli. E se uscisse qualche drago, o mostro, o cavaliere errante lacero e con la barba lunga? Non per niente qui siamo il paese de O’ sole mio! Senza nulla togliere all’algida bellezza nordica! Io di algida preferisco il cornetto! Slurp!

  2. Direi proprio di sì, ma l’effetto ottico crea l’impressione di una paesaggio ghiacciato, spettrale che noi non siamo abituati a vedere neanche d’inverno, figuriamoci in luglio!

  3. Ecco, io sarei una di quelle intenta a raccogliere rametti e quant’altro 😉 alla nebbia noi milanesi siamo avvezzi ma ci manca lo sfondo marino che dà tutta un’altra atmosfera… Buona giornata!

    • Lo so che per voi milanesi e padani in generale la nebbia è un amico fedele. A mio padre piaceva molto. Questa però mi da una sensazione diversa, forse quella nostrana è più accogliente, mentre qui ti coglie all’improvviso e trasforma una giornata di sole in un’atmosfera spettrale. Buona giornata!

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